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(Segue da p. 2) Che
per san Tommaso dire « unità dell’essenza » non impliche mai un monoteismo rigido, cioè
non trinitario, lo si evince anche e proprio da quei luoghi dove esclude che si possa conoscere la trinità delle Persone
con la sola ragione naturale, proprio cioè in quei luoghi (già citati) che mi si dice che io trasgredisca: «
la virtù creatrice appartiene all’unità dell’essenza », non vuol dire che appartenga a
una essenza non trinitaria, ma a un’essenza trina che agisce in quanto unita nel pensero e nella volontà in un’unione
che il lessico tommasiano chiama circuminsessio, « indissolubile coesistenza e mutua associazione di una persona
alle altre due ». Quindi l’essenza, che è data dalla pluralità delle Persone e non da una singolarità,
nella creazione agisce in forza della sua unità, e per questo può venir conosciuta anche dalla ragione naturale
attraverso le opere da essa create.
Ma, ciò posto, nel
medesimo articolo antirazionalista l’Aquinate aggiunge due specifiche notevoli: « la cognizione delle Persone divine
», dice, « ci è necessaria per due motivi. Primo, per avere un giusto concetto della creazione ».
Da notare: per avere un concetto di Dio (sua esistenza), si può ragionare dalla creazione; ma per avere un giusto concetto
della creazione san Tommaso nota che bisogna partire da un giusto concetto di Dio, cioè dalla Rivelazione che ne rivela
la pluralità di Persone: « Infatti, dicendo che Dio ha fatto tutte le cose mediante il Verbo, si evita l’errore
di coloro i quali dicevano che Dio le ha create per necessità di natura ». Questa prima specifica dimostra che
anche san Tommaso è consapevole che, se non si ha ben chiaro il concetto postrivelatorio che Dio è Trinità,
non si possono risolvere pienamente certi errori; infatti alcuni errori filosofici (come quello dell’esempio) attesero la
Rivelazione per essere sciolti. Ma ciò dimostra , ancora una volta, che per san Tommaso la creazione era operata da un’essenza,
sì, ma trinitaria, non singolare.
Seconda specifica: «
Il secondo motivo [per cui la cognizione delle Persone divine ci è necessaria], e principalmente, perché si abbia
una giusta idea della redenzione del genere umano avvenuta con l’Incarnazione del Figlio e l’effusione dello Spirito
Santo ». Cioè perché sia riconosciuta la divinità del Cristo, la sua centralità, la divinità
dello Spirito Santo, la sua influenza sulla Chiesa del Cristo da cui proviene. Due finalità, queste, direttamente perseguite
proprio dalla mia indagine intitolata Il Mistero della sinagoga
bendata e dalla tesi trinitaria che lì emerge.
C’è forse
chi legge la Summa a tronconi: prima del De Trinitate Tommaso parlerebbe di Dio come di una Monade, dopo il De
Trinitate Tommaso parlerebbe di Dio ‘Trinità’. Questa lettura della Summa è sviante, perché
la prima parte va letta in vista della seconda, in coerenza con la seconda, in un tutt’uno con la seconda, che le è
intrinseca come il Nuovo Testamento è intrinseco all’Antico. Vi sono eretici che leggono solo uno dei Testamenti:
i giudei solo il primo, altri solo il secondo. Ma i due Testamenti vanno letti insieme, come detto. E così anche i libri
della Summa, anzi: di tutte le Summæ apprezzate dalla Chiesa.
Lo scritto delle osservazioni dell’anonimo conclude
inaspettatamente con un: « Basta così…
sono stufo! »
Mi si lasci dire però che indagare su testi che si presumono erro-nei è operazione che va compiuta teoreticamente, cioè
con animo scevro da passioni e, anzi, colmo non solo di scienza ma formato dalla carità. L’impazienza e il fastidio sono
quindi sentimenti da rigettare per giungere a compiere la correzione fraterna.
Chi indaga il mio libro può
riscontrare che, sia discutendo le posizioni giudaiche che quelle islamiche, che poi quelle di alcuni pre-lati (anche alti prelati)
che le appoggiano e condividono, mi perito di mantenere la forma dello scritto nell’ambito dell’equilibrio richiesto dalla
ragione. In alcuni punti, invero, uso delle parole che il mio illustre e nobile Introduttore (certo non acritico nei miei confronti)
chiama « veementi ». Le chiamo anch’io così: infatti il genere letterario dell’apologetica richiede,
nella retorica del discorso, che l’oratore dia un certo spazio alla perorazione e all’arringa.
Mentre l’anonimo si «
stufa » dopo la lettura di poche righe (non ha letto il libro), ci si chiede se la correzione fraterna che è fine
delle sue osservazioni possa compiersi senza pazienza, senza costanza.
Essere indagato da un anonimo,
e che per di più dichiara di essere « stufo », mi fa ulteriormente sospirare il tribunale della santa Inquisizione
romana, che persino Benedetto Croce (Filosofia della pratica, I, 4) riconosceva « davvero santa ». Se il
mio pensiero fosse sottoposto al giudizio teoretico inquisitoriale sarei tranquillo sui suoi risultati. Ma ciò non sta avvenendo,
e si può solo sperare che gli odierni epigoni provino almeno a utilizzare gli stessi metodi di quegli antichi e buoni giudici,
che palesavano i propri nomi e pazientavano.
Ora però sarò
io a fare delle controobiezioni alle obiezioni ricevute.
(Vai a p. 4 di 4)
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