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(Segue da p. 3) Primo:
si può forse pensare che Tommaso e, prima di lui, gli altri santi teologi anche solo per un momento abbiano pensato che, quando
parlavano di Dio creatore in quanto un solo Dio, pensassero a un Dio non trinitario, ovvero a una monade? Chi pensa così
di san Tommaso (o di tutti i Padri e Dottori che si sono occupati della Trinità) pensa una cosa cattolicamente impensabile:
pensa che essi siano teologi dalla psicologia malata, schizofrenica, perché questi Dottori prima si riferirebbero a un
Dio senza Persone, poi a un Dio con le Persone. L’anonimo scambia il pensare Dio sotto l’aspetto della sua essenza,
o natura (cui sono intrinseche le Persone, pena il giudaismo), con il pensarlo sotto l’aspetto delle Persone (per le quali si
pretende assolutamente la comune essenza, pena ogni eresia).
San Tommaso, ponendo gli articoli
sulla creazione prima di quelli intorno alla Trinità, aiuta ogni scienziato a rigettare i sofismi antitrinitarii proprio
concludendo esplicitamente con q. 45, a. 6, ciò che aveva aperto e detto implicitamente antea, alla luce del De Trinitate di
Ambrogio, che conosceva bene: « Il creare […] è opera comune di tutta la Trinità. […] LE PROCESSIONI
DELLE PERSONE SONO CAUSA DELLA PRODUZIONE DELLE CREATURE, in quanto esse includono attributi essenziali, quali la scienza e la volontà
». Tommaso è perentorio: la sua tesi, per cui la causa della produzione delle creature sta nelle processioni delle divine
Persone, è vera solo in quanto gli « attributi essenziali » stanno in esse Persone: a Tommaso non basta dire
in Dio, ma dice proprio nella trinità data dalle Persone.
Quindi le parole della Summa,
come quelle di Ambrogio, garantiscono la perfetta rettitudine e coerenza cattolica degli intelletti che, inizialmente parlando di Creatore,
non sentono il bisogno di specificarne la trinitarietà, poiché la creazione è data dalla potenza di Dio in quanto
Dio, potenza comune alle tre Persone, potenza quindi di natura, sicché da essi è così preservato
il dogma della conoscibilità di Dio creatore da parte delle sue creature, dogma che mette tutti gli uomini davanti all’oggettività
del loro stato di creature e al loro conseguente grave dovere morale di adorare il vero Dio per il fatto stesso di aver ricevuto da
lui l’intelletto. Invece, quando poi parlano della Trinità, è sufficiente che i teologi ricordino che è
essa a creare e ad imprimere le sue vestigia nel creato, come spiega bene l’articolo citato della Summa, perché
altro costitutivo metafisico di Dio che non sia la Trinità, quale sarebbe una monità, non si può avere.
Forse che Tommaso avalla il giudaismo? forse che avalla il Monoteismo non immediatamente e intrinsecamente trinitario? Ma in quali
luoghi mai, di tutte le sue opere, Tommaso parla di Dio sottintendendo un Dio senza persone? In quali luoghi esclude dal Monoteismo
ciò che poi dirà (smentendosi?) conveniente solo alla Trinità, come negli articoli citati della q. 39?
Secondo: che validità hanno tutte queste obiezioni, quando esse non tengono in nessun conto il principio stesso per
il quale viene riportata in uno studio una tesi teologica, che altro non è se non la trasposizione su un piano metafisico di
un articolo di fede?
In altre parole: se noi diciamo
per fede “Credo in un solo Dio”, abbiamo da san Tommaso ricordato l’imperativo morale che ci obbliga a difenderlo
anche con la forza della ragione, per mostrare, almeno, che i Misteri creduti non sono contro la ragione, essendovi sopra. E san Tommaso
ci aiuta anche ricordandoci che ogni sofisma contrario alla fede è scientificamente solvibile, come sottolineo più volte
nella mia indagine: a p. 99, per esempio, o alle pp. 191 ss.
Orbene: se l’obiettore
sa di teologia, e con lui chi lo sostiene e chi lo approva, perché non si perita a dissolvere con la potenza della ragione,
così come indicato da san Tommaso, a difendere la Trinità dall’ecumenismo moderno antitrinitario, invece
di tentare di dimostrare che san Tommaso non aveva fornito gli strumenti adeguati e sufficienti per farlo, o che i Dottori della Chiesa
alcune volte pensavano un Dio uno impersonale, altre volte a un Dio trino e personale? come mai l’obiettore non lavora a rendere
ragione degli articoli di fede, e intralcia chi, facendo emergere ciò che è già ben detto dagli scienziati della
Tradizione, opera secondo l’obbligazione?
Io non desidero essere giudicato
da chi, non cattolicamente, stabilisce nei Padri e Dottori della Chiesa ambiguità che permettano il fiorire di ogni eresia,
ultima delle quali il falso ecumenismo attuale, aperto al latente e pericoloso giudaismo degli stolti galati, ecumenismo che gioca
appunto proprio su quelle ambiguità.
Queste sono le obiezioni da
cui mi attendo paziente risposta, mancando la quale sollecito a chiudere la questione riconoscendo alla mia indagine ciò che
benevolmente ha voluto riconoscere il monsignore professor Antonio Livi, decano della Facoltà di Filosofia alla Pontificia Università
Lateranense: che essa propone delle sillogi e degli argomenti cattolici, « plausibili », che si possono discutere
nell’agorà della intellighentia cattolica in forza della intrinseca loro cattolicità.
(Torna a p. 1 di 4)
E. M. R.
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