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Cristo vince.

Il nuovo libro di
Enrico Maria Radaelli.

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INGRESSO ALLA BELLEZZA.

Enrico Maria Radaelli *

Ingresso alla bellezza. Fondamenti a un’Estetica trinitaria.

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L’arte consiste nel saper trarre il massimo dell’inganno, o se vogliamo (meglio), il massimo del fascino, dello splendore, dell’estasi, con il minimo sforzo, cioè con l’analogia più semplice, con l’operazione più svelta, con le parole meno dette.”

* * *

Non è con queste semplici e calde parole che si apre, ahimè, il presente trattato (per leggerle infatti bisognerà giungere fino a pagina 91), ma con parole, anzi pagine, anzi interi capitoli (ben quattro, si direbbe) di aspre e verticali nozioni metafisiche, di sdrucciolevoli concetti teologici, quasi ci si trovi dinanzi a pareti di roccia dogmatica scostanti e vietate.
Si crede che entrare alla Bellezza, per il fatto che la Bellezza sembra stare ovunque, o per il fatto che la Bellezza salverebbe il mondo – ma non doveva essere la Verità? –, sia come bere un po’ d’acqua, come addormentarsi e andar nei sogni. Al contrario, “entrare” noi lo si dice per non dire ciò che si dovrebbe dire, ossia salirvi: salire agli Altipiani della Bellezza.
Si veda la cosa così: vi sono dei grandi e celebrati Altipiani, detti della Bellezza, che sono, oltre che alti, anche ameni, corruschi e fragranti di ogni bene e delle più sognate grazie. In essi scorrono acque deliziose, che da lì si dipartono e scendono con cascate e cascatelle incantevoli. Questi monti ubertosi e sempreverdi sono circondati intorno intorno da una gran selva, giusto come si vede in copertina al libro, dove un gran pittore ha illustrato in particolare il luogo dove tutto comincia.

Dunque si consiglia senz’altro d’affrontare le prime tre o quattro Lectiones di stretta metafisica – e i PROLEGOMENa che le precedono – con la decisione e la calma necessarie, quelle in uso allorché ci si dispone ad affrontare, per così dire, una “via ferrata”, uno cioè di quei duri sentieri d’alta montagna riservati ad alpinisti esperti. In tal modo si affronta a viso aperto ciò che comunque per affrontarsi va affrontato: il gran Portale alla Bellezza costituito da alcune nozioni sulle cose più sante, le più alte, ossia sulle luci trinitarie dei due sacri Nomi del Figlio, alle quali giunse solo san Tommaso d’Aquino e altri non mai, nemmeno a provarci, e su ciò non v’è alcun dubbio.
Il fatto è che così agendo, ossia e affrontando con decisione e calma la via asperrima della metafisica, e provando a forzare quell’Ingresso Magno alla Bellezza che essa è, l’istruzione in itinere sarà massima e il paesaggio guadagnato risplenderà con l’intensità raccolta dalle cose conquistate per via: maggiore la fatica, più largo poi di certo il cuore: è una promessa.

Però si vuole offrire comunque un’escamotage, un modo, perché no?, anche elegante per aggirare l’apparentemente ostativo intralcio, affinché anche chi crede (crede lui) di non possedere forze e mezzi sufficienti a compiere quella specie di scalata, quell’ardua e improba salitaccia, per godersi anch’egli quei panorami sulla Bellezza di cui tanto si dice e tantissimo si sogna, possa cominciare a deliziarsene prima magari con qualche occhiata qua e là, poi finalmente riuscendo anch’egli nell’ardua impresa; e la maniera sarebbe d’entrare – ecco l’astuzia – da qualche finestra messa a bella posta a metà roccia: ce ne son diverse, e tutte aperte, tutte alquanto ariose.
Giusto la V LECTIO, per esempio, si apre a pagina 86 sullo splendore: « splendore – è scritto – di sillogismo »: sicché, anche se forse si parla di cose non facili quali il sillogismo, già ci si potrà allietare di qualcosa di bello, anzi: di splendido, perché far scorrere la mente sui fatti dello splendore è già di per sé un fatto splendido. E poi: qual è mai la pietanza che si vuole degustare per una sua fama di novità, se appunto benevolmente non le si concede l’attenzione e lo studio che si danno a una novità?

Però, più decisamente, chi è più portato di suo per esempio all’analisi storica, troverà affini al suo trasporto almeno due finestre, per quanto aperte sempre su poggi orientati metafisicamente: quella di pagina 118 (VII lectio), dove sono mostrati alcuni esempi davvero piuttosto eclatanti di come e quanto – dice l’autore – il Ragionamento e la Proporzione aurea portino all’uomo la medesima letizia; quella poi di pagina 274 ( XVII lectio), dove ha inizio una carrellata – una filosofica carrellata – di ben tre Lectiones sul percorso compiuto nella storia del mondo dal Linguaggio sacro disceso dal Cielo.
A chi invece pare possedere una certa dimestichezza con le problematiche offerte dall’analisi della Scienza della retorica e della Scienza del linguaggio – cose oggi in gran fioritura – potrebbe consigliarsi senz’altro quell’altro “piccolo ingresso” dato dalla XIII Lectio, o direttamente dalla XIV, dove la Tesi di fondo di questo trattato è proposta appunto in termini scientifici, dunque del tutto alieni dagli assunti trinitari – eccetto il Settimo Indizio, certo, ma, come si vedrà, con buone ragioni –, quegli assunti di ordine scientifico superiore, metafisico, ritenuti qui i veri, necessari, se pur “bronzei” Portali a tutta la selva.

Chi poi ha un cuore mistico – beato il suo cuore già largo di purezza! – avrà dinanzi non una, ma persino tre finestre, giustamente, perché la Bellezza si stende con trasporto sulle armonie virginali, e i suoi incanti vanno a riposarsi con maggior sospiro nelle menti già di per sé incantevoli. Dunque una prima finestra di Ingresso costoro la troveranno a pagina 143, dove iniziano le quattro Lectiones proprio sul delicato apparato metafisico per il quale a vedere Dio saranno solo appunto i puri di cuore; una seconda finestrella poi ancor più in alto, verso la sommità del libro (pagina 348), che sarebbe forse quella a loro più pertinente, essendo pertugio sulla Bellezza propria a chi misticamente la vuole subito tutta; la terza infine proprio in vetta, sull’orlo degli Altopiani, alla pagina dove inizia l’ultima Lectio (la XXI LECTIO) che si fa Ingresso alla Bellezza di Paradiso.
Tutti questi vari Ingressi Minores sono certo più praticabili di quello, diciamo così, naturale, posto con giustificate motivazioni metafisiche dall’autore nel plesso delle prime fondative Lectiones, e non vogliono né possono far trascurare la rilevanza assoluta di tale metafisico e specialissimo introito, tanto più che essi sono, di volta in volta, finestre e valichi pervi non su chissà quale altra cosa, ma proprio sempre e ancora sulla Bellezza che si trova unicamente sugli Altopiani della Bellezza: la Bellezza propria alla realtà, anzi, alla Prima realtà.

Dunque la loro presenza non sminuisce ma avvalora la Tesi sostenuta, come la vista del bel paesaggio sempre all’altezza delle promesse avvalora ovviamente il paesaggio, e non lo disvalora, esalta la forza delle promesse, e non le sminuisce, assolutizza a trecentossessanta gradi una beltà che si poteva credere garantita solo se sogguardata da una certa e sostanzialmente unica prospettiva, invece che da mille.
Il libro è stato concepito fin dal suo nascere nella forma presente, è stato costruito fin dall’inizio con la struttura che si vede: non è cambiato nulla del progetto formulato allorché un’università, nel settembre 2004, chiese all’autore di svolgere un corso di Filosofia dell’estetica: l’autore individuò in tre conferenze tenute sull’argomento i tre plessi dorsali, e da lì sviluppò l’itinerario in conformità a un progetto concepito per l’occasione; unica aggiunta di rilievo la XX LECTIO, stesa ex abrupto tutta intera, dopo aver l’autore conosciuto di persona il santo eremo cui si accenna in nota a pagina 288 (XVII lectio). Per il resto, tutte le Lectiones hanno subìto il naturale lavorio di elisione e di accrescimento classici per queste fabbricazioni.
Da qui l’unitarietà dell’insieme, la quale è la cosa che permette una certa disinvoltura di lettura. Almeno: così si crede.

Il tono è in nulla accademico, anzi: pur necessitato com’è in più punti a spiegarsi quasi tirando giù dagli scaffali della severa biblioteca Scolastica termini e concetti basaltici, levigati dalla metafisica, e non soltanto nelle tre o quattro famose prime dirupate Lectiones, ci si trova spesso in mezzo a metafore, a immagini, a quadri, ad accostamenti figurali, ossia ci si trova in un linguaggio tipicamente antiscolastico e antiaccademico, plastico, quasi fosse imbastito per un livre de chevet, aiutando così il lettore ad afferrare il gran fondamento germinatore di tutto il costrutto, che è quello per cui accanto a una biblioteca – e quasi dentro – sarebbe bello vi fosse anche una pinacoteca, come accade nella splendida Ambrosiana di Milano: Biblioteca e Pinacoteca insieme; dal che ne viene un intreccio per niente dissimile dal tentativo retorico del libro: di girare per stanze e sale di libri come girando per stanze e sale di quadri; di tirar giù libri dagli scaffali dei libri e tele, disegni, quadri dagli scaffali dei quadri, con la medesima occorrenza, con la medesima necessità, con lo stesso pungolo, in tal modo mostrandone l’intimo legame, la profonda e biunivoca forza attrattiva, la mutua esigenza chiarificatrice e icastica; le quali cose potrebbero risultare anche un arguto suggello alla Tesi qui tanto sostenuta dall’autore, e che ne fa il Portale, ma anche ne fa tutto il paesaggio – gli Altipiani – sul quale dà il Portale.

Che poi i titoli delle ventuno Lectiones siano proposti nella lingua sacra non si pensa sia una difficoltà, ma un suggerimento: com’è bella infatti una cosa quando resta per certi versi (forse) quasi un arcano: come quando alla Messa in latino le greggi umili, semplici e indotte si affidavano a ciò che diceva il prete, poco o nulla capendo, ma sapendo che ciò che diceva era comunque bello, era elevato, era celeste, era tutto a loro favore, e pian piano poi qualcosa anche imparavano, e qualcosa ancor più poi sapevano, sapevano!, perché quelle parole pur a una a una incomprensibili diventavano per loro quello che sant’Agostino chiamava il giubilo dell’anima lieta: l’anima che giubila non canta più le parole a una a una, perché ‘giubilo’ è « comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore », sicché l’anima canta la canzone, canta il diletto che riceve dalla canzone, canta l’anima della canzone.
Così il latino per chi cerca il sacro. Ecco: così.

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(Pagina protetta dai diritti editoriali.)

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