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All’Attacco!

Cristo vince.

Il nuovo libro di
Enrico Maria Radaelli.

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INGRESSO ALLA BELLEZZA.

Enrico Maria Radaelli *

Ingresso alla bellezza. Fondamenti a un’Estetica trinitaria.

ÆSTHETICÆ TRINITARIÆ
PROLEGOMENA.

Prolegomeni a un’Estetica Trinitaria.

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(Pagine 17-31 del libro.) Dove viene indicato il fine di una Filosofia dell’estetica posta in una prospettiva trinitaria: essendo fine spirituale, e perseguito solo a mezzo di strumenti spirituali, è tutto rivolto alla vita; vengono posti poi i termini della questione, e inquadrati nell’oggettività tomista; è infine indicata la conclusione: una Teoria generale del linguaggio, metafora della realtà naturale, per un realismo gnoseologico ed estetico basato sul concetto intensivo di essere, da utilizzarsi nell’ambito della Filosofia della conoscenza. I concetti saranno raccolti sia dai dati esperienziali diretti, cioè dall’aspetto delle cose del creato, che da quelli elaborati sulla speciale testimonianza di Cristo, cioè dalla nozione di Trinità di Dio secondo il pensiero di san Tommaso.

* * *

L’universo in cui viviamo è distinto, come si sa, in due grandi insiemi: abbiamo in primo luogo l’insieme delle cose naturali, cioè delle cose create da Dio, proprie direttamente alla natura, siano esse spirituali come gli angeli e l’anima degli uomini, siano esse materiali come i corpi e gli astri; abbiamo poi, nell’universo, l’insieme delle cose artificiali, frutto del lavoro dell’uomo, sue creazioni – siano anch’esse sia cose spirituali che materiali –, e in questo secondo insieme ci sono l’arte, il linguaggio, la poesia, tutte cose hanno con la natura un rapporto indiretto, poiché vengono elaborate dall’uomo, che pensa e riflette sopra, intorno e circa il primo ordine di cose, quello della natura, e vi riflette proprio a partire dalla natura.
Questo secondo ordine di cose ha subìto, nei confronti del primo, un incremento di forma, un trattamento che lo ha in qualche modo modificate, lo ha maggiorate rispetto alla sua natura originaria: per esempio un legno è divenuto una sedia.
Le cose che appartengono a questo secondo ordine – dalle più spirituali, come i pensieri, i sogni, i progetti e le orazioni, alle più materiali, come un arrosto – si dicono artificiali.

Ora, per il fatto che sono pensate dall’uomo, ente di natura, esse sarebbero ancora in qualche modo “natura”, ma, a causa dell’elaborazione data dal pensiero, si dicono di natura seconda.
Sicché, raccogliendo in una parola pensiero, arte, poesia, retorica, esse possono chiamarsi linguaggio, giacché parlano delle prime, sulle prime, ed esprimono le prime, che costituiscono la realtà naturale. Il linguaggio dunque, sotto il cui nome può essere raccolto tutto l’insieme delle cose artificiali dell’universo, a partire dalle immagini formulate dalla mente umana al suo stesso interno, è una realtà artificiale legata da una certa qual relazione con la realtà naturale da cui proviene.
E la domanda da farsi è: che relazione c’è tra linguaggio e realtà naturale? cosa ha a che fare il linguaggio con la realtà? Estremizzando: è possibile o non è possibile, e fino a che punto, affermare un continuum tra arte (linguaggio) e realtà di natura? Linguaggio e realtà, poi, non solo materiali, ma anche spirituali, intendendo per linguaggio non solo l’idioma, ma anche, come visto, il pensiero che lo formula; e per realtà non solo la pietra, ma anche l’idea di pietra; oppure, più ancora, l’anima, e l’idea di anima. Allora la domanda ultima è se ci sia o non ci sia una relazione di continuità tra pensiero e pensato, o, in altri termini, se il linguaggio che esprime la realtà e la realtà, se l’arte e la natura, ovvero se l’artifizio (pensato e voluto dall’uomo) e il creato (pensato e voluto da Dio), siano o non siano in una certa continuità tra loro, ossia in una certa relazione; e, nel caso, in cosa consista questa loro continuità, questa loro relazione.

Questa è la domanda da farsi per risolvere il problema più precipuo di una filosofia che si chiami Filosofia dell’estetica, poiché è la domanda che circoscrive la causa e la sostanza dell’arte, del linguaggio, della retorica, della poesia, persino della condotta dell’uomo, dei suoi gesti, di tutta la sua produzione.
Un filosofo del secolo scorso, il luganese Romano Amerio, ancora studente diciannovenne, scolpiva in un suo articolo una lapidaria affermazione: « Il problema dell’uomo è il problema dell’adorazione e tutto il resto è fatto per portarvi luce e sostanza ». 1 [ROMANO AMERIO, Di un bisogno dei contemporanei, « Pagine Nostre », Lugano, aprile-luglio 1926, p. 24].
Cosa vuol dire « adorazione »? Vuol dire che l’uomo, come ci insegna il catechismo, raggiunge il suo fine di « amare e servire Dio in questa e nell’altra vita », allorché stabilisce il rapporto più pieno e perfetto di creatura intelligente e libera, cioè di persona, proprio con l’Essere da cui dipende, che l’ha voluto, creato e redento, l’Essere massimamente intelligente e libero, cioè massimamente persona, l’Essere che è Dio santissima Trinità.
Questo rapporto è di amorosa adorazione, nel significato più intensivo e anche tensivo dell’espressione, dove tutto il dovere è fiammeggiato dall’amore, e tutto l’amore è pensato e voluto liberamente come il più bello e santo dei doveri.
L’adorazione implica la massima dignità cui l’uomo possa giungere, poiché essa è data nella sua pienezza solo da Dio, giacché solo Dio può degnamente adorare se stesso adeguatamente, se con tale atto si intende, come san Tommaso intende, rendere onore a qualcuno come a quel qualcuno conviene: 2 [Cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theol., II-II, 84, 1: Se l’adorazione sia atto di latria, ossia di religione.] nessuna creatura – né umana, né angelica – potrebbe rendere a Dio il dovuto onore, se non Dio stesso, che così ha fatto e mostrato all’uomo cosa fare, come egregiamente osserva sant’Agostino: « Per essere opportunamente lodato dall’uomo, Dio stesso si è lodato ».

È per ciò che Dio si è appunto incarnato: per trasportare, quale divino Pellicano, l’uomo e tutta la creazione all’atto di onore e adorazione richiesto dalla indicible Tempesta della sua Maestà divina, dalla Gloria infuocata del Signore, unicamente a mezzo della propria eccelsa Persona, altri non potendolo fare.
Si compirà così la Scrittura: « I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità », 3 [Ioan., IV, 23] ovvero (essendo Egli la stessa verità, come dice altrove: « Io sono la via, la verità e la vita »), 2 [Ibidem, XI, 6] « I veri adoratori adoreranno il Padre nello Spirito Santo e nel Verbo », la Trinità di Dio sarà adorata dagli uomini nella Trinità di Dio.
Si capisce presto che nell’atto di adorazione all’Altissimo, ovvero di massimo suo onore, sono implicati una varietà incommensurabile di atti secondi, tanti quanti sono gli aspetti sotto i quali si configura nella varietà del creato la verità della bontà di Dio: in altre parole, se abbiamo osservato che solo l’Essenza delle tre Persone può rendere a se stessa un culto adeguato, pieno, sovrabbondante e perfetto di onore e di amore, essendosi l’Essenza rivestita di carne nella persona del Figlio per perfetta obbedienza al Padre, in conformità allo spirare d’amore dello Spirito Santo, tutti gli uomini rivestiti di quella Carne (e di quel Sangue), ovvero lì battezzati o immersi, potranno in tal maniera misticamente ma anche realmente convenire al medesimo culto, unti nell’Unto, figli nel Figlio, dèi in Dio, secondo i celebri detti di san Gregorio di Nazianzo a Oriente e di sant’Agostino in Occidente, cioè per i detti propalati per tutto l’Orbe cattolico. 4 Sotto ogni aspetto, noi siamo Lui [il Cristo] », AGOSTINO D’IPPONA, Discorso sull’Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 1998, 1-2; così anche GREGORIO DI NAZIANZO, in Disc. 7 per il fratello Cesare, 23, PG 35, 286; e con altre parole in Disc. 14 sull’amore verso i poveri, 23, PG 35, 887: « Riconosci inoltre che, […] per usare un’immagine ardita, sei lo stesso Dio ».]

Già in tale incarnazione, e poi conformazione, battesimo, immersione, possiamo intravedere la secante estetica che toccherà il lento cerchio del nostro peregrinare nella Metafisica.
In Cristo la Trinità si fa Tempio a se stessa, permettendo all’uomo con l’unico mezzo possibile di costruire poi un tempio analogo nel proprio cuore, seguendo le misure, le proporzioni e le fattezze spirituali misurabili nel Cristo, così come rappresentato a Mosè da Dio Trinità nel famoso episodio riferito in Exodus; 5 [Exod., XXV, XXVI e XXVII] e permettendo in analogia seconda di costruire materialmente luoghi di culto appropriati, analogando anche materialmente il Cristo spirituale. Tutto questo ci porterà più avanti a immani considerazioni.
Questa moltiplicazione diciamo infinita dell’Uno pone un problema, che è quello che vedremo appunto in questo studio, e il problema è il problema esattamente del bello, del pulchrum, che è un problema filosofico centrale, poiché la varietà della latria, o culto di onore sommo, è data da Dio a se stesso sia nei suoi sommamente indicibili turbinii d’intelletto e d’amore infratrinitari, sia, più propriamente, attraverso la creazione e la moltiplicazione di sue mistiche membra intelligenti e libere, raccolte nell’unico Corpo di Cristo.
La varietà degli atti di adorazione pone il problema dell’aspetto, dell’Imago, che è problema nozionale, ma anche è problema reale, e anche personale, e anche gnoseologico (conoscitivo, scientifico), nella varietà degli atti della storia che ogni uomo, poverino, deve pur compiere sulla terra.

Perché l’uomo è « ebreo e greco », è eschimese e australiano; è fanciullo e vecchio, è uomo e donna, è prediluviano e astronauta; è ottuso e geniale; è pieno di lauree e assolutamente incolto; insomma è un ventaglio di varietà di singolarità di libere intelligenze dall’estensione quasi infinita in un ventaglio di secoli altrettanto infinita e questo è il problema dei problemi, perché è come pretendere che il sole non sia soltanto un sole in se stesso sole, ma lo sia anche in tutti i suoi infiniti raggi: non solo quando essi partono come la Grazia dal suo immenso globo infuocato, ma anche quando poi arrivano a percuotere con la loro fragranza le brume, le sabbie, le oscurità, le pietraie, i recessi, il suolo delle più impenetrabili foreste, e sia inoltre sole caldo e luminoso non soltanto direttamente, ma anche quando tocca con un gioco di rimandi la luna e i pianeti, non unicamente quindi illuminando e scaldando di verità e di bontà per via immediata, ma anche per via indiretta, mediata, giacché gli piace partecipare delle sue capacità illuminanti e accaloranti pure gli inerti freddi e spenti corpi accarezzati, in modo tale che questi stessi a loro volta siano a terzi altre fiamme di soli in verità e bontà come il sole principe. Questa pretesa divina di avere infiniti soli che in qualche modo gli ritornino luce e calore nella misura in cui li ha colmati – cioè piena e strabordante anche se miserevolmente infima – complica e semplifica allo stesso tempo il problema del pulchrum, che è lo stesso problema del verum, dell’unum e del bonum.

Complica, perché richiede la perlustrazione previa del basilare concetto di partecipazione, di non facile apprensione, e infatti molte filosofie come la platonica, la razionalista e l’idealista non l’hanno per niente appreso. A questo concetto noi cattolici siamo particolarmente debitori, giacché esso è precipuo solo della dottrina teologica fluente dalla rivelazione trinitaria: la sua mancanza fu esiziale alla teoria di Platone intorno a Dio, alle idee e al mondo, e rovina, come vedremo, di molte altre nozioni (per esempio l’islamica); dunque sarà nostro dovere trattarlo esaurientemente, perché base portante delle teoretiche di persona, società, linguaggio, gnoseologia, arte, forma retorica, poesia, gioco, fascino, e altre cose simili.
Semplifica però anche, giacché individuando la fonte del pulchrum si avrà modo di controllarne scientificamente i territori metafisici e semantici lungo il percorso nella creazione.
Stiamo anticipando troppo però quello che sarà oggetto delle nostre future considerazioni: l’Ente per sé sussistente e le sue note trascendentali. Restiamo alla constatazione che il Dio, il sole che si diceva, a causa dell’indicibile sovrabbondanza del suo positivo e fortissimo essere, emana luce e calore tali da suscitare intorno a sé altri soli capaci di luce e calore, con la differenza che tali (minuscole!) fonti suscitate sono varie, differenti e molteplici nel loro darsi tanto quanto può essere varia, differente e molteplice la partecipazione che l’Essenza sussistente vuole di sé, e sono fonti specialmente anche materiali, per cui la loro molteplicità è determinata nella loro materialità.

Per restare alla metafora, possiamo capire che l’adorazione, nel senso di atto di onore, è cosa che si potrebbe avere degnamente soltanto se quel Sole ricevesse luce e calore da un astro di maestà almeno pari alla Maestà sua, la quale però, essendo infinita, non ne permette l’esistenza in alcun modo.
Ecco allora che questo Sole è così solare da sprigionare da sé la creazione di quelle fiamme che si diceva, in un universo sconfinante fino alle più lontane profondità, attirandole poi a sé e in qualche modo convertendole in sé (Corpo mistico) pur nel rispetto della loro individuali personalità.
Fuor di metafora, la santa Trinità, l’Io personale, spiritualissimo e santissimo di Dio, crea, per la propria Maestà, un universo in cui le creature umane (e angeliche) partecipino con aulente corresponsione al suo Essere d’amore, e per questo le crea dunque a immagine e somiglianza delle sue auguste Persone, pur congiungendole alla più finita e vile materia. L’adorazione risponde al volere ultimo e finale del Creatore come atto che renda solidale a sé tutto il ventaglio degli esseri creati, per quanto questi siano così incommensurabili a lui.
Come si capisce, l’adorazione è dunque un atto che soddisfa perfettiamente il fine ultimo dell’universo, il quale, a cominciare dal nome, esige in primo luogo l’unità: ma non solo e non tanto l’unità del suo essere universo, ma, molto più, l’unità del suo ‘essere per partecipazione’ – la cui privazione porterebbe statim al nulla –, all’Ens da sé sussistente, all’Essere in atto, all’Essere dell’essere.

L’universo è santificabile, indicando con questa formula la tensione che scalda e muove il creato verso la sua Causa prima, e che lo muove prima di tutto attraverso non tanto le cose, ma, come si diceva, attraverso specificamente quei suoi particolari enti in cui l’essere partecipato è più pieno e somigliante al Partecipante, cioè attraverso le vive e intelligenti persone: uomini e angeli (gli infaticabili coadiutori nell’opera di adorazione). E davvero l’universo sarà in qualche modo deificato, nella nuova creazione, attraverso la nuova materia incorruttibile, perfetta, santa, eucaristica, tutta, in certo modo, prelevata dal Corpo di Cristo, dalle sue piaghe.
Arte, templi e manufatti, musiche, gesti e lettere, realizzati in questo nostro tempo di mezzo, sono solo dei ponti e dei simboli promettenti (profetici) della miracolata e finale perfezione escatologica della vita a venire.
Il nostro studio dispiegherà tutti i filosofemi più pertinenti all’Estetica, [...]

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