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Il nuovo libro di
Enrico Maria Radaelli.

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INGRESSO ALLA BELLEZZA.

Enrico Maria Radaelli *

Ingresso alla bellezza. Fondamenti a un’Estetica trinitaria.

LECTIO XXI.
DE PULCHRITUDINE
IN REGNO CÆLORUM.

Sulla bellezza nel Regno dei Cieli.

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(Pagine 364-385 del libro.) Dove si mostra l’inarrestabilità dell’intelletto, sua caratteristica saliente che dà alla bellezza il significato che le è più proprio di visibile garanzia all’uomo della sua immortalità; dove si indaga sulla questione dell’omogeneità delle opinioni nel Regno dei Cieli, che dissolverebbe l’arte; dove si mostra che in Paradiso l’ironia cattiva è bandita, ma la socratica arguzia, il gioco, il fascino, il ragionamento, permangono, come i corpi, ma nel perfetto ordine di sottomissione allo splendore del vero.

* * *

Versiamo finalmente nell’infinito. In grazia della discendenza di Dio dai suoi Cieli eterni, trasportati da quel divino Pellicano, ci volgiamo e versiamo finalmente al nostro compimento, che è rifarsi tutti in Dio: noi, l’arte nostra, l’arte del sacro compiuta dalla nostra adorazione. Appunto: nell’infinito.
Siamo ora davvero nella posterità: non tra quei posteri un po’ posticci irrisi da Amerio perché, mai postremi, a loro volta emettevano giudizi distorti o quantomeno condizionati dal tempo loro, sùbito smentiti dall’ondata successiva e poi ancora; 1 [Cfr. ROMANO AMERIO, Zibaldone, Aforisma 53.] ma tra gli eletti all’ultimissima Realtà, la divina Mente che ci ha pensati ed espressi nel suo ineffabile Verbo d’amore.
Eccoci perciò giunti al punto Omèga della nostra grande parabola, eccoci al punto di massima adorazione di Dio, ovvero al secondo ideale pilone su cui abbiamo poggiato la grande arcata della ricerca per una prima inquadratura di una Filosofia trinitaria dell’estetica, dopo aver fondato arditamente il primo pilone, Alfa – ma davvero non vi erano altre realistiche possibilità – sulle vette celesti dei sacri Nomi della seconda Persona della santissima Trinità.

Gesto ardito, ma i frutti mi pare siano di buona polpa: un certo senso di maggiore e più congrua unità tra linguaggio e natura, ovvero tra i due grandi insiemi bellezza e verità, forse è il risultato più evidente, e non solo per la mostra di buoni indizi alla proposta che Il LINGUAGGIO È METAFORA DELLA NATURA, ma anche per aver visto lungo il cammino un continuum elicito e ricorrente tra strumenti classici della logica come il sillogismo e analoghi strumenti di estetica come la proporzione aurea. Non tralascerei di far rilevare anche la saturazione trascendentale del pulchrum, che permette di porre la Filosofia dell’estetica (filosofia, come quella gnoseologica, eminentemente trinitaria) sul piano teoretico, non tralasciandola sul meramente pratico, come voleva Étienne Gilson, venendo così ad avere in Estetica e in Gnoseologia duegemelle Amazzoni, due guerriere a difesa forte delle anime pure e dei popoli dalle non sempre innocenti incomprensioni e difficoltà di cui sono in ogni secolo oggetto: la vergine Conoscenza e, fianco a fianco, la vergine Espressione della conoscenza.
Siamo dunque giunti a quelle considerazioni sulla bellezza che possiamo provare a congetturare – sulla base del dato rivelato – intorno a ciò che attende gli uomini post mortem, o, più propriamente, in vera vita. Posto che ci troviamo dinanzi il Paradiso, anzi, meglio, in Patria, la prima considerazione da fare è sulla visione, ovvero sulla conoscenza, sul diletto che essa dà (visto nella XIII lectio), e prima di tutto sulla sua eternità, cioè sulla assoluta inarrestabilità della conoscenza.

1. INARRESTABILITÀ DELL’INTELLETTO.

Questo è il carattere tra i meno considerati e al contempo più decisivi dell’intelletto: la ragione – l’intelligenza, l’intelletto – è una cosa inarrestabile, è un moto che non ha avuto mai inizio e che non avrà mai fine. L’intelletto si muove, va avanti, va sempre avanti, non si ferma mai e non c’è nulla che lo fermi – nemmeno il nulla, che non c’è –, poiché davanti a esso nessuna cosa è sufficientemente priva di essere da risucchiarne la vita: l’intelletto infatti è vivente, è la vita, è il vivente, è l’Essere stesso in atto.
Come visto all’inizio (II LECTIO), formalmente esso viene dopo l’essere, perché ognuno capisce che senza l’essere a fondamento, non si può dare cosa alcuna; ma, riconosciuto tale precedenza logica, va contemporaneamente riconosciuto che dire essere è dire intelletto, non solo: abbiamo anche detto che dire essere è dire contestualmente amore, per cui – proprietà transitiva – dire intelletto è dire amore. Questa è la santissima Trinità: Essere, Intelletto, Amore, nella loro triplice, infinita ed eterna attuazione. L’eternità di Dio esprime bene il dato che dicevo della intrinseca inarrestabilità dell’intelligenza: Dio Trinità è vivente, intelligente e amante in atto ab æterno e ad æternum.
Ma anche l’intelligenza [...].

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(Pagina protetta dai diritti editoriali.)

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