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(Segue da p. 3) Ma quando si tratta della religione ebraica o di quella musulmana non siamo più nell’àmbito della “religione
naturale”: in questi casi bisogna parlare piuttosto di religioni “positive” o “istituzionali”, rilevando
inoltre il fatto che queste religioni oggi esistono proprio perché si sono chiuse alla Rivelazione di Cristo (così
infatti avvenne che i primi cristiani, tutti ebrei, si distinsero dagli ebrei ostili al cristianesimo; e così avvenne poi
che Maometto denunciasse i cristiani come blasfemi per la loro fede nella Trinità e nell’Incarnazione del Verbo eterno).
La
dottrina di ebrei e musulmani non è quindi da intendersi come sapienza religiosa che
può diventare un avviamento alla fede cristiana: essa è invece una radicale
contestazione di essa, nei confronti della quale ebrei e musulmani si sono posti come antagonisti.
La
loro dottrina su Dio, pertanto, non è un innocuo “monoteismo” integrabile
nella dottrina cristiana, ma un’alternativa radicale e assoluta.
Il
dogma della Santissima Trinità è scandalo per gli ebrei e bestemmia per l’Islam,
perché chi concepisce Dio secondo la dottrina ebraica o islamica non è in alcun
modo disposto ad accettare la rivelazione che Cristo ha fatto della sua natura divina e del
suo rapporto con Dio Padre e con Dio Spirito Santo.
Si
dirà che si tratta di rilevamenti scontati, ovvii: ma riflettere seriamente su questa
ovvietà, per poi metterla in rapporto critico con la prassi, è quanto ha fatto
Radaelli con questo libro.
VII.
A proposito di prassi, quella chiamata più direttamente in ballo è l’azione
ecumenica, o, meglio, il dialogo interreligioso. Ora, è proprio il dialogo interreligioso
(ossia il rapporto con le religioni non cristiane) a costituire problema, non l’ecumenismo
in senso stretto (che, nel linguaggio della teologia cattolica vuol dire l’impegno per
la riunificazione di tutte le confessioni cristiane nell’unica Chiesa di Cristo); da
questo punto di vista, il dialogo interreligioso costituisce un problema grave se condotto
in modo tale da indurre il popolo cristiano a ignorare o mettere in ombra ciò che differenzia
noi fedeli cristiani dagli ebrei e dai musulmani.
Il
dialogo ha certamente le sue esigenze di prudenza, talvolta anche esigenze (cautele, tattica)
che sono chiaramente di tipo politico, perché bisogna fare i conti con le forze che
agiscono nella storia del mondo; ma ciò è comprensibile e giusto solo fino a
un certo punto: non fino al punto di accantonare la logica della verità – che
invece è l’unica che conta in ogni momento della vita cristiana, anche nell’apostolato
“ad fidem” – per adottare solo criteri pragmatici di efficacia immediata.
Il fine non giustifica i mezzi.
I
disegni misericordiosi di Dio, il quale ci ha rivelato (e per questo possiamo dirlo con assoluta
certezza) la sua volontà efficace « che tutti gli uomini siano salvati e giungano
alla conoscenza della verità », non si possono assecondare con un apostolato
che mette in ombra proprio la verità che salva, proprio la buona notizia che noi siamo
stati destinati fin dall’eternità a partecipare dell’amore e della gioia
della Trinità beatissima.
VIII.
Riaffermare i criteri di base per un fecondo apostolato tra i non cristiani serve anche e
soprattutto per riaffermare nel proprio cuore l’adesione incondizionata e totale della
mente e del cuore stesso alla verità rivelata, una verità che deve essere sempre
oggetto di amorosa contemplazione.
Infatti,
come scrisse un grande teologo del Medioevo (impegnato anche nel dialogo dottrinale con l’ebraismo
e l’Islam), « la conoscenza della trinità di Dio nella sua unità
è il frutto e il fine di tutta la nostra vita [cognitio trinitatis in unitate est fructus
et finis totius vitae nostrae] ». 1 [Tommaso
d’Aquino, Lectura libri Sententiarum, I, dist. 2. Si veda in proposito lo studio
di Hans Christian, "Personarum trinitas": die trinitarische Gotteslehre des heiligen
Thomas von Aquin, Eos Verlag, St. Ottilien 1995.]
E
un grande santo dell’età moderna, Giovanni della Croce, dottore della Chiesa
per la teologia mistica, ha incentrato la sua dottrina della vita spirituale cristiana proprio
nella nozione di “inabitazione della Trinità nell’anima in grazia”.
2 [Si veda Juan Mario Faraone, La inhabitación trinitaria
según San Juan de la Cruz, Pontificia Università Gregoriana, Roma 2002.]
Un
teologo dei nostri giorni, buon conoscitore della Tradizione, scrive: « La Trinità
non è un problema astratto, bensì ciò che sostanzia il nostro vivere
umano, lo sprone a corrispondere alla vocazione di esser persona relazionata all’altro.
[…] La forza del monoteismo cristiano risiede in questa limpida verità: l’Unico
Dio è unità originaria e scambievole di amore in cui le tre persone si donano
reciprocamente, e questo si è reso vivo nella Pasqua di nostro Signore Gesù
Cristo ». 3 [Nicola Ciola, L’unica mediazione cosmica e universale di
Cristo e l’odierno dibattito intorno al pluralismo religioso, in Cristologia e Trinità,
Borla, Roma 2002, p. 209. Vedi anche l’opera non più recente ma sempre valida
di Jean Daniélou: La Trinità e il mistero dell’esistenza, trad.
it., II ed., Queriniana, Brescia 1989.]
Pertanto,
osserva questo teologo, nel dialogo interreligioso « la discriminante resta sempre
l’unicità del Cristo in ordine alla salvezza assoluta dell’uomo e della
storia. È chiaro però che ne è coinvolta una questione connessa molto
importante, anzi fondativa: di che tipo di monoteismo si tratta? La sfida verte perciò
sul monoteismo trinitario e il mistero dell’Incarnazione ». 4 [Ibidem, p. 207. Vedi anche, del medesimo autore, il saggio Monoteismo cristiano come monoteismo trinitario, in Lateranum, 55 (1989), pp. 208-256. ]
Di
questa “questione connessa, anzi fondativa”, trattano – sulla base degli
specifici interessi culturali, dottrinali e spirituali dell’autore, e con il suo peculiare
linguaggio della storia e dell’arte – le pagine del libro (tra l’altro,
riccamente e intelligentemente illustrato). (Torna
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Antonio Livi |