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Cristo vince.

Il nuovo libro di
Enrico Maria Radaelli.

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INGRESSO ALLA BELLEZZA.

Enrico Maria Radaelli *

Ingresso alla bellezza. Fondamenti a un’Estetica trinitaria.

LECTIO XIX.
DE ARTE: KOINÈ VERBI DIVINI
IN HISTORIA (III, b).

Larte come Koinè del Logo divino nella Storia (III, b).
[Arte: Linguaggio universale, o Koinè, della Verità, o Logos,
nella Storia universale, o Historia.]

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(Pagine 316-336 del libro, § 9, la seconda delle tre parti in cui è divisa qui la Lectio XIX.) Dove si accenna alla recente dissoluzione dell’arte di adorazione del sacro trinitario in un irenico sacro religioso; dove si considera il distacco dalla Ragione dell’arte ateizzata: arte come scandalo anticristico, arte come politica, arte come oscenità; dove si considera la ‘Quæstio Æsthetica’ nel confronto tra Missale Romanum e Novus Ordo Missæ; conclusioni metafisiche [Per la prima parte della Lectio, sull’arte di adorazione dal I secolo a Caravaggio, vedere la pag. 1, per la terza parte, di conclusioni metafisiche, vedere la pag. 3].

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Certo, la Ierusalem celeste sospinge più immediatamente l’uomo verso l’infinito verticale di quanto non facciano in Caravaggio i tagli lucenti sugli inchiostri dei neri, ma il linguaggio sacro è fedele all’evoluzione del pensiero teologico, quand’anche non lo precorra, almeno fintanto non sia involutivo.

9. LA DISSOLUZIONE DEL SACRO VOLTO COME POSSIBILITÀ STORICA.

Oggi questo rischio si fa reale sotto gli occhi di tutti. La koinè, sistema linguistico universale intrecciato con doppio legame – ascendente cioè e discendente – con le lingue storiche delle civiltà che non gli si rivoltano, sembra aver perso in qualche modo il collegamento di ragione con la natura culminato con Michelangelo Merisi. La nostra non è una disamina storica, ma filosofica, per cui appresso all’analisi della cuspide positiva dell’estetica sarà utile portarsi sùbito a quella del suo sprofondo più basso e scuro: che fin’ora parrebbe proprio l’epoca nostra.
In questa epoca nostra la koiné pare tenda a dissolversi e disgregarsi in mille frazioni di linguaggio, così come in mille frazioni di teologia oggi sembra perdersi il Magistero, per cui ciò che a un vescovo parrebbe dogma (la “dottrina della sostituzione”, l'unicità della Chiesa come “sacramento di salvezza”, etc), a un altro pare mera opinione, essendosi consolidato un tacito dileguamento della verità in una personale libertà, sotto una coltre del tutto fittizia di conformità al Papa del tutto fittizia. Lo si può vedere da diversi indizi, che interessano svariati aspetti sia del sacro che dell’arte del sacro.

Iniziamo da qui, iniziamo anzi, in particolare, dall’architettura: gli strettissimi legami dell’architettura col sacro ci forzeranno a passare per la liturgia (fare liturgìa è svolgere in tutto il suo arco l’æsthetica), per poi concludere nei territori della metafisica.
Il rifiuto in architettura di un canone stilistico di riferimento cui ricondurre e inserire le ingegneresche necessità funzionali e costruttive restringe tali necessità in se stesse, e a mostrare se stesse, le strutture – le strutture p. es. del Beaubourg di Piano e Rogers –, al vivo, quasi fossero esse di per sé, invece che viscere, la propria forma; il che è un vero arbitrio: al vivo, quasi fossero esse di per sé, invece che viscere, la forma, il che è un vero arbitrio: senza canoni esterni a sé (l’idealità) esse fanno a sé canone, mentre sono solo una funzione di necessità, un mezzo costruttivo. E il mezzo è quella tal cosa che la forma estetica, con la sua retorica, la sua accortezza poetica, il suo inganno, la sua, insomma, capacità di significare, deve certo saper indicare, ma deve anche saper velare, come si vede bene a Pæstum, ma anche a Ronchamp.

Altre volte poi la caduta di un canone stilistico di riferimento è data perché si utilizza al massimo la libertà offerta dai nuovi materiali elastici: cemento armato, tondino, metalli e leghe ultraleggere. Il superamento delle rigide leggi della statica imposte dalla pietra butta all’aria in un sol colpo tutti i canoni, gli ordini, le regole costruttive che avevano governato universalmente, e da sempre, l’innalzamento di qualsivoglia costruzione.
Con la libertà data dall’elasticità materiale viene guadagnata l’elasticità espressiva: cessata l’esigenza di indebitarsi con il modulo aureo si crede di poter affrancare l’architettura dalla propria quiddità e tramutarla impunemente in scultura, peggio: in pubblicitario e grafico ‘segno forte’, sicché, se oggi imperversano le del tutto arbitrarie, esibizioniste e generaliste poetiche alla Calatrava, alla Hadid, alla Liebeskind, alla Gehry, alla Fuksas, lo si deve in primo luogo all’arbitrio di aver portato l’elastico su scala architettonica buttando via le ormai inutili pietre. Qualche progetto sarà anche affascinante, ma si è visto che altro è fare fascino, altro bellezza: il fascino, privo di canone, di misura, di simmetria, facilmente sfiorisce in bruttezza; non imbrigliato dalla regola aurea, il barbaro resta nelle sue grida.
La dislocazione dell’essenziale architettonico in [...].

[Seguono le conclusioni, a pagina 3; l’inizio della XIX Lectio (§ 8, su Caravaggio e la filosofia dell’æsthetica) è a pagina 1]

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(Pagina protetta dai diritti editoriali.)

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