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INGRESSO ALLA BELLEZZA.

Enrico Maria Radaelli *

Ingresso alla bellezza. Fondamenti a un’Estetica trinitaria.

LECTIO XV.
DE UNIVERSALI DOCTRINA:
VERBA UT RERUM TRASLATIO.
RATIO (II).

Teoria generale: Il linguaggio come metafora della realtà.
Argomenti (II).

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(Pagine 234-249 del libro.) Dove si propongono altri due indizi per una Teoria generale del linguaggio umano, metafora della realtà naturale: il quarto è dato dalla triangolazione moneta/deposito/valore, analogo alla triangolazione del costrutto metaforico premessa minore/premessa maggiore/giudizio; il quinto dall’esistenza stessa della metafora, anzi dall’esistenza della somiglianza di relazione, in primo luogo nella Trinità, nella quale si trova la relazione Padre/Figlio, fondante tutte le cose.

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Proseguiamo in questa Lectio la ricerca di indizi iniziata nella Lectio precedente per poter provare la validità scientifica dell’asserto: “Forma del linguaggio umano è la metafora della natura.”
Quarto indizio della sua legittimità sembrerebbe essere l’invenzione della moneta. La moneta viene non a caso coniata, titolata e garantita dallo Stato per la prima volta circa nel IV secolo a. C. dai Greci; i quali Greci, inventori del sillogismo – ascrivendo pacificamente Aristotele alla cultura greca, anzi all’eccellenza ateniese –, se non furono gli inventori anche della sezione aurea, precorsi come furono qui dagli Egizi, certo ne furono gli organizzatori, palesando così che il linguaggio fruiva parallelamente su vari fronti di strumenti fra loro analoghi.
Infatti cos’è, dal punto di vista della Filosofia dell’estetica, una moneta? Come scrive Battista Mondin, essa « è un artifizio umano che, per comodità degli scambi, stabilisce tra valori che sono in se stessi diversissimi, una comune misura ». 1 [BATTISTA MONDIN, Storia della metafisica, ESD, Bologna 1998, 3 voll.; vol. I, p. 34.] In altri termini – e in ciò consiste propriamente l’invenzione – nel caos viene posto un punto di riferimento, un fermo, per cui ciò che era arbitrario diviene vincolato, ciò che era – lato sensu – licenzioso, diviene libero, ciò che era effetto, diciamo così, del teatro negoziale (dunque passionale) diviene frutto mirato della ragione.

Nella moneta è stabilito un sillogismo, e figuralmente una proporzione aurea. Come nel raffronto del sillogismo, la moneta è il valore medio tra un oggetto singolare, che riceve dal metallo nobile monetizzato un determinato rapporto di valore, e il deposito garantito dalle casse dello Stato. Stessa cosa per la proporzione aurea: il deposito (segmento minore) sta all’unità di misura (segmento medio, o aureo) come l’unità di misura starà all’universalità della merce (segmento intero).
Ma proporzione aurea e sillogismo sono dati, in verità, proprio dalla presenza nell’ente moneta di una nozione, di un valore, simultaneamente a un’imago: mentre nel primitivo baratto gli oggetti venivano interscambiati in virtù della capacità persuasiva degli operatori, della loro retorica, ma anche della vis passionale immessa, la moneta stabilisce la vis dominante di un valore di riferimento oggettivo, di un’unità di misura super partes, cioè propriamente di un comune e razionale linguaggio: tutti parlano la lingua di quella moneta, tutti sono eguagliati da quella moneta. Quella moneta stabilisce una fondamentale interscambiabilità di tutti con tutti, poiché tutti hanno con essa lo stesso rapporto di valore. Valore, dunque nozione, il quale però si presenta chiaramente nell’imago/valore dell’oro (l’argento nel caso di Creso 2 [Per molti storiografi re Creso (Lidia, 560-541 a. C.) fu il primo ad avvedersi dell’utilità di stabilire un rapporto garantito tra la moneta con la propria effigie (in elettro) e il deposito del regno.] e dei Greci). Perché imago? Perché quell’oro, quella moneta, non sono assurti a unità di misura per il valore simpliciter in sé di oro e di moneta, ma perché essi sono immagine di qualcosa fuori di sé, essi si riferiscono e orientano ad altro, e tutti sanno bene ciò a cui rimandano.

Moneta è infatti termine che i più fanno derivare da Giunone Moneta, o Ammonitrice (così detta da monére, avvertire, perché si credeva avesse avvertito il popolo di un grande flagello, affinché corresse ai ripari); altri 3 [Mi riferisco a Ottorino Pianigiani e al suo Vocabolario della Lingua Italiana, 1907, ora riproposto eccellentemente anche nei mezzi elettronici.] però ritengono « che la terminazione -éta sia più greca che latina, come in poéta, cométa, pianéta », e che monéta dunque derivi direttamente dal gr. monytés, indicatore, designatore, ammonitore, dal verbo monyo, ricalcato poi nel latino moneo, che dice “che designa”, “che rappresenta il valore”. Dunque moneta come ente indicativo di qualcos’altro; nel caso del re di Lidia Creso – di cultura greca – il “qualcos’altro” fu il suo deposito aureo, il primo della storia.
A costoro si affiancano [...].

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(Pagina protetta dai diritti editoriali.)

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