Enrico Maria Radaelli
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CUSTOS, QUID DE NOCTE?
PENSIERO N. 3

ANDY WARHOL,
LULTIMA CENA E IL NULLA.

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Ultima Cena di Warhol

Aurea Domus - Metafisica e teologia cattolica
22 novenbre 2013. Vista a Milano la personale monografica di Palazzo Reale su Andy Warhol. Gran disegnatore. Chi l’avrebbe mai detto? Posso finalmente rendermi conto di persona di come la sua mano fosse stata fino in ultimo eccellente: non come Picasso, irraggiungibile, ma il piglio è forte, la variabilità del segno grande, dirò di più: se il gioco dei fortissimo e dei leggerissimo dei suoi tratti – matite o pennelli che siano – fosse un canto, la sua musicalità sarebbe potente, gli estremi della duttilità drammatici.

Aurea Domus - Metafisica e teologia cattolica Quel che stupisce è che tale docilità l’artista della serigrafia più schiacciata e superficiale sia riuscita a controllarla fino alla fine, nella sua ultimissima opera, la straordinaria The Last Supper, “L’Ultima Cena”, esposta qui nell’ultima sala della mostra su un pannello grandioso, direi un 10 metri per 3, in un disegno a pennello nero sul candido della tela: ogni particolare è disegnato veloce e sicuro, il gioco chiaroscurale, tutto e solo impresso col contorno delle figure, nessun tratteggio, è sapiente, controllato, suadente. « Nessuna opera – scrive Gianni Mercurio introducendo il visitatore nella mostra tenuta a Roma, Chiostro del Bramante, nel 2006 – è stata studiata e riprodotta da Warhol in centinaia di varianti, tuttora senza numero, quanto The Last Supper, che ne fanno l’artista americano in assoluto che ha trattato maggiormente il tema della religione ».

Aurea Domus - Metafisica e teologia cattolica L’artista che più di ogni altro era riuscito a fissare nelle sue celebri serigrafie il senso più sfacciatamente coloristico di morte universale – dai papaveri alle zuppe in scatola, dai ritratti dei grandi miti di quegli anni dove la morte cavalcava la corsa, alle giallissime banane “Warhol” –, nell’ultima sala, con questo struggente bianco e nero, la vita ha uno scatto felino, un rigurgito di cattolico élan vital. Cattolico, sì, perché Andy, i cui genitori erano migrati negli USA dalla Slovacchia, aveva una madre cattolicissima (di rito orientale: la venerazione dell’icona sarà il motore della poetica del celebre figlio), che aveva saputo trasmettere al suo Andrew – come si chiamava l’artista prima di americanizzarsi il nome –, una sua religiosità, se pur trasgressiva ed elaborata in una lotta furibonda con la modernità più di confine.

Aurea Domus - Metafisica e teologia cattolicaD’altronde, se la serialità e l’automatismo tipicamente “tecnico” erano stati da lui rifratti nella natura – fiori, visi, teschi, zebre –, ciò si doveva al sentimento eracliteo di funebre caducità delle cose. Tutta la mostra è percorsa (come tutte le migliaia di mostre tenute in decenni di fama febbricitante e virulenta dall’albino più colorato del mondo) da un adagio che persino nella Bibbia da cui proviene pare seminare un profumo greve e stantio di laicità, di naturalismo, di finita e terrena immanenza, di inerzia senza speranza: Vanitas vanitatum, et omnia vanitas.

Aurea Domus - Metafisica e teologia cattolica È quel « senso atroce del nulla » (Flavio Caroli) che cercherà fino in ultimo di strappare al sogno vitalistico americano, al furore del leopardiano attimo fuggente, la corsa alla vittoria. Non a caso il Nostro, moderno e molto impegnato necroforo della Campbell come della povera Marylin, del mitico JFK come della cera Brillo, del Grande Timoniere Mao Tse-Tung come dei fiori di campagna, svegliò i suoi esordi nella più furiosa rivolta contro “Gli Irascibili americani”: i Jackson Pollock, i de Kooning, i Rothko, che facevano della violenza del gesto, dell’urlo del colore, degli strafulmini del caos, la terra sconfinata e finale dell’assoluto, la bandiera piantata vittoriosa sul Grande Nulla. “No – dice AW –, il Nulla non è nell’azione, stolti, ma è, tutt’al contrario, nella fissazione eternata e seriale, nello schiacciamento dell’insetto imbalsamato come delle Marylin Monroe, delle Jaqueline Kennedy, delle Liz Taylor, farfalle anch’esse, ovviamente, per sempre cristallizzate e inchiodate dal “Grande Collezionista”, la Tecno Civiltà.

Aurea Domus - Metafisica e teologia cattolica Così, nella mostra, arrivato alla fine, apro l’ultima tenda: dopo tutte quelle farfalle spillate, cosa mi aspetta? Stupore: qui, nell’ultima sala della mostra, ebbro di colorazioni ghiacciate, di grida e di urla bloccate per sempre come in una “Absolute Death in Formalin”, religiosamente mi sembra risorgere, lentissimamente, ancor più lentamente, nelle facce stravolte di dodici Apostoli stupiti, preoccupati, interroganti, sospettosi, sbigottiti, proprio come li aveva sognati Leonardo cinquecento anni prima: tutti e dodici acchiappati dal mistero fosco e impellente di un tradimento tanto tremendo da far venire giù tutte le stelle. E insieme – penso –, da un più grande e ancor più “terribile” mistero: quello della manducazione corporale – in quel pane spezzato, in quel calice passato di mano in mano nel silenzio sospeso, in quelle rade e così semplici parole: “Questo è il mio Corpo”. “Questo è il mio Sangue” –, di un Dio.

 

Aurea Domus - Metafisica e teologia cattolica Di un Dio? Mi accorgo, improvvisa sensazione, che Pulchritudo, la Musa assente – molto assente, fortissimamente assente, troppo assente – da tutte le sale colorate e coloratissime precedenti, assente dalle piatte e vuote icone seriali delle Marylin e delle banane, aleggia e danza ora qui portandosi leggera da un volto all’altro del dipinto, e sorride invitante, guardandomi proprio negli occhi, in volteggi che tolgono il fiato: com’è bella! Mi fermo in silenzio a guardare Bellezza, era da tempo che non mi si mostrava. Ultima opera, quell’Ultima Cena: qui via New York! Qui via i colori! Via la serialità! Via le superfici pop! Via la techné! È col corpo, con le mani, con la pelle, con le dita, con le unghie, con la carne, che si dipinge. E che si sorge. E si risorge.

E. M. R.

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